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Nel maggio del 1997, esattamente il 15 morì all’ ospedale Sant’ Eugenio Giuseppe De Santis, discusso e mai completamente riconosciuto, accettato e incluso da tutti i critici tra i registi importanti del neorealismo italiano. All’indomani della sua scomparsa su La Repubblica uscì un un succinto necrologico di Alberto Farassino (1º agosto 1944 – Milano, 31 marzo 2003) autore di una monografia sul regista ciociaro (Giuseppe De Santis, Moizzi Editore, Milano, 1978) in cui ricorda l’appena scomparso regista come un pezzo di storia del cinema, come regista impegnato e come intellettuale antifascista che rimase legato per tutta la vita alla stagione entusiasmante del neorealismo a tal punto di prefererire di smettere di fare film piuttosto che cambiare temi e linguaggio.
Farassino scrive che De Santis considerava questo legame un dovere, benché come autore di uno dei suoi film-simbolo, Riso amaro aveva fatto del neorealismo anche qualcosa di popolare, capace anche di sedurre e di incassare bene al botteghino. Il critico scrive anche che a rafforzare la scelta di campo del regista ciociaro, fu il mancato visto da parte delle autorità statunitensi per recarsi a Hollywood dopo la nomination all’ Oscar del film. Ma sempre seguendo quanto scrive Farassino, De Santis era cocciuto e col suo film successivo fece altri passi avanti, e nessuno indietro. Non c’ è pace fra gli ulivi era un’ esaltazione del ribellismo armato nelle forme di una ballata popolare astratta e brechtiana. Farassino conclude sottolineando che De Santis si era trovato nel pieno della sua creatività a dover rinunciare ai suoi progetti più cari a causa del suo estremismo politico ed estetico che erano divenuti troppo pesanti anche per il suo illuminato produttore, l’industriale Gualino della Lux Film.
La rilettura del necrologico di Farassino e l’avvicinarsi della ricorrenza della scomparsa del regista ciociaro mi hanno motivato a scrivere sul suo iter cinematografico per suffragare con delle prove e testimonianze i motivi della sua sparizione dai set e diventare come lui stesso amaramente si autodefiniva “un regista dimezzato.1” Inizio con il citare un intimo amico del regista ciociaro: Ettore Scola che userò come introduzione perché rappresenta benissimo l’idea di cinema che De Santis avrebbe voluto portare avanti e sviluppare negli anni.
“Vado al cinema, a volte trovo i film carini, neanche fatti male, ma non ti lasciano nessuna apertura per una riflessione. Te ne ritorni a casa e non ti porti via niente. Invece il cinema – che certo non cambia la realtà – può però cercare di rappresentarla al meglio. Il cinema, e anche la letteratura, possono tentare di fare capire la realtà e capendo una cosa la si ama di più. Quello che manca, mi pare, al cinema ma anche alla letteratura è l’amore per questo paese. Certo è un paese che è difficile amare, ma se non lo ami non puoi fare nulla di veramente valido e che possa servire.”
Ettore Scola in un’intervista di Sandra Campanini, 28 novembre 2007
De Santis amava il proprio paese anche se lui e il suo cinema non erano proprio amati dai politici e dai critici di Destra e anche da tanti critici e politici di Sinistra. I primi temevano le sue storie popolari che tentavano di far capire le realtà che erano alla base delle ingiustizie dell’epoca trasformandola in metafore ed iperboli comprensibili alle masse per portarli a capire e volere un cambiamento. La sua trasfigurazione nella rappresentazione della realtà dell’epoca per “i suoi compagni di strada” erano fatte secondo canoni troppo popolari (cafoneschi) e con una carica erotica e troppo spesso legata ai generi di consumo. La Sinistra non era pronta a confrontarsi con un regista che oltre a trattare i problemi socio-politici di fondo elaborava le sue storie sulla soprastruttura. Il problema dei rapporti tra struttura e sovrastruttura nei film di De Santis sono parte di una totalità indivisibile e alla base del rapporto con le masse per la creazione di un cinema popolare, politico ed impegnato.2
1 “Sono più i film che ho nel cassetto di quelli che ho girato e il meglio di me è quello che non ho fatto. Venti anni di disoccupazione sono un’eternità, qualcosa di lacerante e doloroso. Se invece di fare il regista avessi svolto un altro mestiere, probabilmente non avrei resistito. Come regista, infatti, ho una valvola di sicurezza in più: scrivere una sceneggiatura è già un pò come fare un film e nella testa di un cineasta che si rispetti c’è una macchina da presa che continua a girare; per questo non mi sono suicidato. E poi, sicuramente, nella capacità di sapere accettare le varie avversità ha influito la serenità della mia vita privata. Le donne possono riempire davvero la vita di un uomo: ed io ho avuto un rapporto molto intenso sia con la mia prima moglie, che con la seconda. Lo posso ben dire: mi hanno reso felice.” (G. De Santis durante una nostra conversazione a Fiano Romano)
2 Allego una lettera scritta e inviata a De Santis da una dirigente della Camera Confederale del Lavoro di Brescia in cui elogia il modo in cui il regista ha rappresentato la lotta dei pastori contro lo sfruttamento padronale ma allo stesso tempo gli fa notare di non essere riuscito a mostrare la realtà vera delle donne nel film in quanto non autonome ma sottomesse al mondo degli uomini. La critica sottolinea che Lucia non diventa mai una vera compagna ma soltanto “la donna di Francesco.” Trovo questa lettera un ottimo esempio dell’interesse che i film di De Santis destavano nel mondo operaio. Inoltre questa testimonianza dimostra che i suoi film avevano un pubblico ed erano capiti e discussi in tutta l’Italia anche nel mondo del lavoro.
