A seguito della laurea in filosofia diventa una giovane documentarista e lavora per programmi TV. Approda al cinema con Ambrogio (1992) e diventa un’icona già con La mia generazione (1996). Appartengono agli anni 2000 due intensi ritratti di donne: Domenica (2001) tratto da un romanzo di J. Marsé, narra la vicenda di una giovane orfana costretta a riconoscere il corpo del suo violentatore, accompagnata da un ispettore di polizia tra i vicoli segreti di una Napoli labirintica; e Signorina Effe (2007), che racconta la storia di una ragazza di origini meridionali travolta da un amore inaspettato e da un disorientamento politico e personale sullo sfondo della marcia dei quarantamila e delle lotte sindacali alla Fiat del 1980.
Impegnata sul piano politico e civile, ha partecipato al film collettivo Un altro mondo è possibile (2001) dedicato ai fatti del G8 di Genova, e ha collaborato al progetto Lettere dalla Palestina (2002) sulla realtà dei territori palestinesi.
Dopo Maledetta mia (2003), documentario che esplora l’universo giovanile contemporaneo, nel 2018 arriva Arrivederci, Saigon che racconta la storia rimasta sepolta per 50 anni del gruppo della Toscana Rossa Le Stars composto da cinque ragazze che negli anni ’60 decidono di “arruolarsi” in Vietnam per esibirsi di fronte alle truppe americane, il tutto raccontato attraverso le testimonianze dirette delle protagoniste. La ragazza ha volato (2021) è un ritratto di formazione duro di una ragazza che affronta una violenza e una gravidanza inattesa, per un percorso di consapevolezza e di scelta e una regia delicata e partecipe.
L’intervista, insieme al montatore Mario Marrone, mette in luce la genesi, le scelte etiche e formali e le traiettorie tematiche del cinema di Wilma Labate, e pone al centro memoria storica, protagoniste femminili e responsabilità dello sguardo, a partire dall’esperienza di Arrivederci Saigon fino alle urgenze del presente, come Gaza e la violenza sistemica.
Questo è un estratto, leggi l’intervista per intero sul numero 4 della rivista
Come è stata ricostruita l’esperienza di un gruppo femminile catapultato in un teatro di guerra, quali elementi hanno guidato nella definizione del loro punto di vista?
Abbiamo approfondito tutto quello che potevamo sapere sulla guerra del Vietnam e anche in qualche modo la strana, originale, bizzarra posizione dei personaggi, delle ragazze che sono finite lì, giovanissime, allora si era minorenni prima dei 21, una sola era maggiorenne aveva 22 anni, le altre ne avevano 18 e la più piccola ne aveva 16.
Lei spesso utilizza delle immagini che sono proprio del ’68: gli scontri in piazza, Milano, alcuni con il pugno chiuso altri con il saluto romano… volevo chiederle, lei probabilmente avrà avuto vent’anni all’epoca, ecco Pasolini scriveva, dopo Valle Giulia, “ieri, mentre facevate a botte con la polizia, io stavo con i poliziotti mentre voi siete figli di papà.” Lei come la pensava allora?
All’epoca di Valle Giulia avevo appena 18 anni e ancora non ero arrivata all’università, infatti facevo l’ultimo anno di scuola media superiore. Ci andai per caso a Valle Giulia, e la pensavo come gli altri studenti. Naturalmente poi nel corso degli anni, della crescita e soprattutto del mio mestiere, della scoperta del mio mestiere, il frequentarlo, ho pensato che forse non aveva tutti i torti Pasolini.
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Riguardo alle manifestazioni in corso, pensa che Pasolini la penserebbe allo stesso modo pure oggi?
Non credo. Però non posso assumermi la responsabilità. Non penso che la penserebbe allo stesso modo perché il suo ragionamento era molto logico, diceva: voi siete universitari, nel ’68 gli studenti universitari erano solo il 12% della popolazione nazionale, una percentuale molto bassa. E quindi eravamo dei privilegiati perché riuscivamo ad andare in università e non a lavorare. I poliziotti, nel ’68, invece erano tutti ragazzi emigrati al nord, nelle grandi città come Roma, Milano, Torino, erano ex contadini. E quindi per questo aveva un senso la posizione di Pasolini, oggi è completamente diversa la situazione.
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Avrei una domanda riguardo a delle sue opere precedenti, un possibile filo rosso che mi sembra aver colto riguardo le figure femminili, partendo anche dalla Silvina F, per esempio, passando poi, per esempio, al film Arrivederci, Saigon. Figure femminili che intersecano momenti storici chiave quasi inconsapevolmente e alla fine assumono una posizione di alterità rispetto a quei momenti storici e che alla fine ne vengono in qualche modo sconfitte perché mi sembra che e si potrebbe addirittura aggiungere l’esempio di Hind Rajab cioè un’altra piccola donna che si trova con le vittime di un meccanismo più grande di lei. Non so se questo è un elemento che può accomunare le sue opere. Lei che ne pensa?
Allora, naturalmente sono una donna e quindi raccontare la donna per me è più attraente, cioè più importante. Anche perché nel cinema italiano, nella cinematografia mondiale, quella europea, quella americana, quella asiatica, quella di tutto il mondo, per tanti troppi anni la figura femminile è stata la spalla, la coprotagonista di una figura maschile, cioè dell’eroe. Sì, un termine molto rudimentale, molto primitivo. Per quanto riguarda, io penso che raccontare le donne soprattutto quando è un uomo che lo racconta, ma anche quando è una donna, sia un pochino più difficile, perché storicamente sono meno raccontate e perché sono più sfaccettate e con un’identità più complessa, usiamo un termine più facile, più misteriosa. Per questo avventurarsi dentro un’identità femminile in un racconto cinematografico è per me più interessante. Che poi io scelgo spesso di raccontare dei momenti storici importanti o appunto un fatto così tremendo come lo stupro, quello fa parte del mio carattere, cioè io ho fatto sempre dei film cercando di calarmi anche in un momento storico particolare. Anche con Mario, montando questo film, un film che racconta di una protagonista più a tutto tondo, femminile, credo di aver stabilito e di aver stabilito con me, una consonanza di intenti. Forse però mi ha aiutato il fatto che lui è molto più giovane di me.
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Ha parlato di involuzione e regressione, sono d’accordo con lei, penso di interpretare, la riflessione dell’intera platea, ma anziché pensare al passato, vogliamo pensare al futuro che cosa ha in mente come progetto? Un film su Gaza, per esempio, un film con la Meloni?
Ci sono tanti progetti, tra l’altro mi piacerebbe moltissimo poter fare un film di finzione o una serie di finzione tratto dalla storia di Saigon, ovviamente, di Arrivederci, Saigon. E poi c’è anche un altro progetto, ma per me non è il realizzare dei progetti, non voglio fare assolutamente la vittima, non la faccio mi arrabbio molto ma non la faccio, e quindi aspetto fiduciosa la disponibilità di un produttore. Chissà non è sempre detto che arrivi, io lo spero.
